“Se una sola uccisione potesse saziare questa mano, non ne avrei perpetrata nessuna. Anche uccidendone due è un numero troppo piccolo per il mio odio. Se qualche creatura si nasconde ancora nel mio grembo, mi frugherò le viscere con la spada e la estrarrò col ferro.”
Le sfaccettature del personaggio sono tante e tali che Medea può essere vista, di volta in volta, come feroce e vendicativa assassina, come vittima di pulsioni interne incontrollabili, o anche come moglie così addolorata per l’abbandono del marito da arrivare a perdere ogni raziocinio. Tutti passano dalla Porta Antica che conduce alla soglia del baratro del proprio infinito esistenziale e della propria oscu-
rità interiore. Il racconto si dipana attraverso una serie di visioni mentali interne al pensiero di lei; come prospettive lontane nel tempo ma molto vicine. Troppo vicine. “Un sogno troppo reale”. Medea, circondata, invasa dalle sue continue visioni notturne, premonitrici, con il tutto che ancora deve accadere, e che, eppure sembra già accaduto. Purtroppo. Un deserto reale e metaforico che è anche diaspora, solitudine, abbandono; un deserto pettinato da caldi e voluttuosi venti che stravolgono paesaggi, sconvolgono gli animi, diffondono voci e seminano tormenti. Latrati ora capaci di richiamare e riportare al calore di casa, ora di respingere e terrorizzare.
E anime. Anime storpie che dentro a un deserto si muovono, nei venti si inseguono, tra i latrati si ascoltano.
SCENATEATRO Mattinate teatrali Medie e Superiori 2025 – 2026